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Il cervello ansioso: nasciamo programmati per preoccuparci?
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Lunedì 19 Ottobre 2009 00:00

peanuts-charlie-brown-3700536 Settimana scorsa mi è capitato di leggere un interessante articolo del New York Times dal titolo "Understandig the Anxious Mind", che trattava dei recenti studi longitudinali condotti su gruppi di soggetti particolarmente "sensibili".

Un esperimento longitudinale è uno studio prolungato nel tempo, che cerca di capire come si sviluppano negli anni, in un gruppo di soggetti, determinate caratteristiche o tratti personali.

Nell'articolo si raccontano appunto le ricerche condotte da un eminente psicologo di Harvard, il dr. Jerome Kagan, che 20 anni fa iniziò a studiare il temperamento di un gruppo di bambini appena nati. Il temperamento si può definire come la base biologica della nostra personalità, presente sin dalla nascita e già evidente ai nostri genitori sin dalle prime settimane. Tratti temperamentali sono, ad esempio: l'orientamento sociale, l'inibizione di fronte alle novità, l'attività motoria, l'espressione delle emozioni positive e negative, l'attenzione a ciò che ci circonda.

Questi tratti, comunque modellabili dall'ambiente e dalle esperienze compiute, sono una componente genetica che, sembra, ci accompagna nel corso dell'intera vita. E quindi la tendenza ad essere inibiti, timidi, ansiosi potrebbe essere programmata dalla nascita nel nostro cervello. Ecco cosa racconta l'articolo.

 

IL BEBE' 19

Nel 1989, proprio studiando il temperamento dei neonati, e in particolare come essi reagivano agli stimoli nuovi, il dr. Kagan ha iniziato a svelare alcuni segreti del "cervello ansioso". Un'importante scoperta, per noi apparentemente ovvia ora, è che i bebè più "difficili" (che si spaventano con poco, che piangono molto, che non gradiscono cambiamenti, che sono difficili da confortare, ecc.), detti anche "altamente-reattivi", hanno maggiori probabilità di diventare adolescenti e giovani adulti inibiti, timidi e ansiosi.

Il bebè 19 dell'esperimento di Kagan sul temperamento, era altamente reattiva: protestava di fronte a nuovi suoni, voci, giocattoli, odori, muovendo le gambe, inarcando la schiena, piangendo. Seguita longitudinalmente, bebè 19 è tutt'ora intervistata dai ricercatori, con il suo personale consenso e quello dei genitori quando era minorenne.

Nel 2004, a 15 anni, bebè19 risponde a bassa voce sulle canoniche domande sulla scuola, non svolge molte attività extra-scolastiche, le piace scrivere e suonare il violino. Mentre parla si attorciglia i capelli, si tocca l'orecchio, dondola le ginocchia... è la sua natura altamente-reattiva che viene fuori, nonostante si mostri apparentemente a suo agio, dice Kagan.

Le viene chiesto che cosa la preoccupa di più nella vita. Bebè19 dice di non saperlo, si ferma, riprende i suoi movimenti, alla fine dice di sentirsi male nel vedere tutti attorno a sé che sanno esattamente cosa fare, come agire. Dice di pensare continuamente, di porsi sempre troppe domande, teme di dare fastidio agli altri per la sua costante indecisione. Ha paura di non riuscire a finire i suoi compiti e le ricerche di scuola per tempo, si chiede se ce la farà e come farà a farcela. Si chiede come se la caverà da grande nel mondo dei grandi, se mai combinerà qualcosa di buono nella vita. Queste sono le cose cui penso continuamente, dice.

Il bebè19 è stata per il dr. Kagan la prima impersonificazione di ciò che vuol dire essere nati "programmati per essere ansiosi". Lo si vedeva già alla nascita, lo si vede anche ora all'età di 15 anni. Come lei, nel corso di questo e di altri studi longitudinali, buona parte dei neonati dal temperamento altamente reattivo sono diventati adolescenti ansiosi.

 

PROGRAMMATI PER ESSERE ANSIOSI

La nostra è un'era di incertezza e di ansia: il mutamento del clima, il lavoro, la sicurezza, ecc. Ma per alcune persone, l'essere preoccupati è uno stato naturale, indipendente dalla loro salute, dalla sicurezza personale ed economica. Sembrano nati per essere sempre all'erta. Diversi studi come quelli del dr. Kagan stanno gettando luce sulle particolarità del cervello ansioso, con alcuni risultati già evidenti:

  • i neonati differiscono in base al temperamento
  • dal 15 al 20% dei neonati (all'incirca 1 su 5) sono altamente-reattivi alle novità: gente, situazioni, ecc.
  • i bebè altamente reattivi hanno maggiore probabilità di diventare ansiosi crescendo

Ora, mentre il temperamento di base ci accompagna per tutta la vita e quindi, se eravamo bambini altamente-reattivi, probabilmente siamo adulti altamente-reattivi, il nostro comportamento può di fatto cambiare. Non siamo destinati ad essere persone ansiose o meglio, a comportarci come tali. E' utile qui chiarire che ogni emozione ha 3 componenti fondamentali che devono essere prese in considerazione:

  • una componente  fisiologica: alterazioni chimiche che hanno luogo nel cervello
  • una componente personale: cioè il modo in cui noi percepiamo quella emozione
  • una componente comportamentale: cioè cosa facciamo in seguito a quell'emozione

Per chiarire: uno stato mentale di forte vigilanza (aspetto fisiologico), può essere piacevole per alcuni e terribile per altri (percezione personale), quindi alcuni possono reagire positivamente a questo stato mentre altri si isoleranno in preda all'ansia (comportamento).

Chi nasce con un temperamento altamente-reattivo, come il bebè19, può imparare a controllare la percezione e il comportamento del proprio stato mentale, ma difficilmente potrà intervenire sulla componente fisiologica delle proprie emozioni. Nelle parole di Kagan, il temperamento ha un'ombra lunga che si mostra anche quando nascosta da un comportamento apparentemente rilassato e adeguato. Chi è nato sensibile di temperamento può imparare a controllarsi, ma il suo cervello sarà sempre portato a ipervigilare, a "pensare troppo", a cogliere anche i più piccoli segnali di "minaccia", anche laddove questi non sono presi in considerazione dagli altri.

 

I DISTURBI DELL'ANSIA

L'ansia non è paura. Quest'ultima è una reazione a una minaccia concreta, mentre l'ansia è una "paura impazzita", slegata dall'oggetto da cui ci dobbiamo proteggere e tenere lontani. Insomma, non è più una reazione funzionale alla sopravvivenza o all'adattamento al proprio ambiente e può diventare un vero e proprio disturbo: fobie, attacchi di panico, disturbo ossessivo-compulsivo, fobia sociale, disturbo post-traumatico da stress, oppure un disturbo da ansia generalizzata sono i diversi aspetti che questao disturbo può assumere.

amygdalaLe reazioni normali e anormali di paura sono controllate dall'amigdala, una piccola struttura situata in profondità nel cervello. Tra le altre cose che fa, ha la funzione di 'attivare le reazioni di fronte a stimoli nuovi o minacciosi, di ricordare le emozioni legate a particolari eventi o di prepararci a combattere o a fuggire di fronte a un'aggressione. Se l'amigdala funziona bene, le nostre reazioni sono adattive, ma nei soggetti degli studi di Kagan, l'amigdala reagisce "esageratamente" agli stimoli. I suoi effetti si vedono in termini di frequenza cardiaca, respirazione, attività motoria, pressione sanguinea, pianto e altre variazioni fisiologiche.

Come dicevamo prima riguardo ai 3 diversi aspetti delle emozioni, non è detto che uno stato "ansioso" a livello fisiologico / cerebrale si traduca per forza in una personale percezione di ansia. C'entrano molto il contesto, l'interpretazione e le strategie individuali adottate nel distogliere l'attenzione dai pensieri ansiogeni. Ciò spiega come alcuni individui, ansiosi da piccoli, possano anche diventare adulti apparentemente disinvolti e sicuri di sé quando crescono nel giusto ambiente.

 

I BEBE' SEGUITI NEL TEMPO

Negli esperimenti sul temperamento di Kagan, circa il 20% dei bambini era classificato come altamente reattivo, 40% aveva bassi indici di reazione e il restante si trovava a metà tra queste due categorie. La maggior parte di questi bebè è stata poi vista dai ricercatori a 1 e 2 anni d'età. Metà di questi sono stati visti poi a 4, 7, 11 e 15 anni d'età. Tutt'ora l'esperimento longitudinale prosegue, anche se il dr. Kagan ormai 80enne è in pensione. Altri ricercatori stanno portando avanti i suoi studi. Alcuni dei "bebè" del primo esperimento sono stati visti a 18 e 21 anni d'età.

Gli esperimenti, già dai primi incontri, mostrano alcune tendenze evidenti: a 4 anni d'età, i bambini classificati come altamente reattivi da neonati avevano una probabilità 4 volte superiore, rispetto ai bambini poco reattivi, di essere particolarmente inibiti. Verso i 7 anni, circa il 50% di questi bambini "difficili" aveva sviluppato qualche sintomo ansioso: paure (tempeste, cani, buio), timidezza. Soltanto il 10% dei bambini "facili" aveva così tante paure.

Inaspettatamente, durante l''adolescenza, la situazione era cambiata e circa due terzi dei bambini altamente reattivi si comportava normalmente.

Ecco come si descrive da adolescente una ex-bebè "difficile", Mary, ora 21enne. Guardando indietro negli anni, Mary si vede come "diligente" piuttosto che "ansiosa". Dice infatti di essere sempre stata una ragazzina rispettosa delle regole, studiosa, del tipo che faceva sempre tutti i compiti prima di mettersi a guardare la TV. Era inoltre appassionata di danza, attività nella quale eccelleva. Questo suo talento unito a un ambiente favorevole, l'hanno aiutata a trasformare la sua tendenza all'"inibizione" in qualcosa di più costruttivo. La sua forte reattività ha assunto, nel corso del tempo, la forma dell'autocontrollo e della coscienziosità.

 

L'OMBRA LUNGA DEL TEMPERAMENTO

però rimane, come dicevamo prima. Un temperamento "nervoso" non è facile da tenere a bada. Per quanto uno riesca crescendo a mostrare una facciata sempre più adeguata, permane lo stesso atteggiamento ansioso e poco disinvolto ereditato alla nascita.

Negli esperimenti di Kagan, la maggior parte degli adolescenti intervistati se la cavava apparentemente bene, anche se erano stati bebè altamente-reattivi. Ma probabilmente, sotto sotto, lo erano ancora. Durante le interviste, soltanto il gruppo di adolescenti, ex bebè reattivi, ha detto di sentirsi teso a scuola, di vomitare prima di alcune verifiche, di non dormire la sera prima della gita, ecc. Questi ragazzi avevano accettato il proprio temperamento, ma non se ne erano liberati.

In una serie di test neuropsicologici gli adolescenti apparentemente disinvolti ma in passato altamente reattivi erano infatti facilmente distinguibili dai coetanei classificati in passato come poco reattivi.

prefrnt_crtxAnche le più moderne tecniche di visualizzazione del cervello, come la risonanza magnetica funzionale (fMRI) o strutturale (sMRI) distinguono tra soggetti altamente reattivi e non. Ad esempio, i primi tendono a mostrare durante la crescita un ispessimento della corteccia prefrontale nel cervello rispetto agli altri.

Non è chiaro se questo sia una causa o una conseguenza del temperamento. Si sa però che la corteccia prefrontale ha funzioni di inibizione del comportamento e di autocontrollo e automonitoraggio... e quindi può avere un ruolo nel mettere a freno i segnali provenienti dall'amigdala.

Una possibile spiegazione dell'ispessimento della corteccia prefrontale nelle persone con tendenze ansiose è appunto un maggiore intervento di quest'area inibitoria nei confronti di eccessivi e continui segnali da parte dell'amigdala . La corteccia prefrontale avrebbe quindi un'azione protettiva.

 

ANSIA ARTIFICIALE

Gli esperimenti in laboratorio sono assai diversi dalle situazioni che ognuno di noi vive quotidianamente. Negli esperimenti sopra descritti, sofisticate tecnologie di visualizzazione scattano "foto" al cervello di soggetti seduti in laboratorio, collegati a decine di elettrodi, mentre vengono esposti a immagini paurose... ma cosa possono dirci i risultati ottenuti in questo modo del vero cervello ansioso? Bisogna aggiungere che le paure di tipo sociale (parlare in pubblico, presentarsi, mangiare di fronte agli altri, ecc.) sono ben diverse dalle paure delle cose. Paure tipiche come quelle dei cani, pagliacci, ragni si sviluppano sin da piccoli, mentre il timore per le situazioni interpersonali compare dopo.

Dov'è la componente sociale in questi esperimenti? Come considerare le strategie e i "trucchi" che alcuni soggetti hanno imparato per tenere a bada i segnali dell'ansia? Cercando di superare questi limiti, altri ricercatori hanno ideato situazioni diverse ben più adatte a indagare il cervello ansioso negli adolescenti, in ambientazioni più normali e socialmente rilevanti.

E' stata creata una situazione basata su una finta "chat room", dove i ragazzi potevano scambiarsi messaggi in tempo reale con "finti" adolescenti online, con tanto di pagine MySpace o Facebook. I finti adolescenti interagivano via computer con il vero adolescente, soggetto della ricerca, dicendogli se volevano "chattare" con lui oppure no. L'accettazione o il rifiuto della conversazione virtuale si è dimostrato essere emotivamente significativo per gli adolescenti coinvolti nella ricerca e, anche in questa condizione meno artificiale, le aree cerebrali di maggiore attività sono risultate essere l'amigdala e la corteccia prefrontale.

 

I FATTORI AMBIENTALI

Ma non è soltanto l'aspetto fisiologico o anatomico dell'ansia a interessare gli scienziati. Anzi, probabilmente è il comportamento l'aspetto dell'ansia che più attenzioni riceve, in quanto può fornire indicazioni utili e concrete su come intervenire positivamente nei confronti del temperamento inibito.

Ricordiamo che circa due terzi dei soggetti che da neonati erano altamente reattivi non mostra evidenti difficoltà nell'adolescenza. Entrano in gioco infatti alcuni importanti fattori ambientali a "modellare" il temperamento originario.

Tra questi l'ordine di nascita. Kagan notò nel suo primo esperimento che i bambini più inibiti erano solitamente gli ultimi nati in famiglia. Possono forse gli scherzi e le sopraffazioni dei fratelli più grandi amplificare la predisposizione biologica all'inibizione?

Altre ricerche segnalano che i bambini altamente reattivi inseriti nel nido erano significativamente meno timorosi, a 4 anni d'età, rispetto ai bambini "difficili" rimasti a casa con le madri.

Per quanto riguarda gli stili educativi genitoriali, ci si è chiesti qual è la linea di condotta più adeguata a crescere bambini dal temperamento fortemente reattivo. Qui i risultati non sono stati concordi: un atteggiamento autorevole con limiti precisi imposti e una bassa tendenza a "correre" in conforto al bambino che piange è sembrato lo stile più adeguato... ma in altri studi è stato uno stile più "caldo" e protettivo quello indicato come migliore.

Per sbrogliare la questione sugli stili genitoriali, valga la regola che il modo migliore per crescere un bambino "difficile" è quello di insegnarli ad affrontare attivamente le proprie difficoltà, senza farsi sopraffare. Ecco cosa dice un 13enne ansioso intervistato da Kagan... "quando ho sentito parlare di possibili attentati con l'antrace nella mia città, ho subito provato un forte malessere che mi ha preso lo stomaco... poi mi sono reso conto che questo malessere era dovuto al fatto che sono molto ansioso. Appena ho riflettuto su questa cosa, il malessere è passato. Capire la mia predisposizione all'ansia mi aiuta a superare alcune paure".

Alcuni interventi psicologici, basati su tecniche cognitive e comportamentali possono aiutare i bambini a mettere un freno al continuo ciclo di pensieri ansiogeni, sostituendoli con un monologo interno molto funzionale, proprio come quello del ragazzino di cui abbiamo appena letto.

 

C'E' CHI SI ADATTA E CHI NO

Molt persone ansiose trovano nel confronto con gli altri o nell'autoironia un sollievo al loro costante "stare sulle spine" ma, non è così semplice prendere alla leggera le proprie difficoltà. Come dice una giovane donna di nome Brittany: "cose che non vengono nemmeno prese in considerazione dalla maggior parte delle persone per me sono vere e proprie strade in salita".

Il modo scelto per affrontarle le sfide quotidiane legate all'ansia dipende da ognuno. C'è chi affronta ogni impegno con grande anticipo e dedicandogli moltissimo tempo e attenzione, altri invece continuano a rimandare (procrastinazione), altri "affogano" la loro ansia nell'alcol... è facile capire come alcune strategie siano più adattive di altre.

Per alcuni basta trovare un paio di amici giusti con i quali confidarsi, oppure dedicarsi a un'attività nella quale dimostrare a se stessi e agli altri di essere bravi, capaci e in controllo delle situazioni.

Ma le differenze tra chi riesce ad adattarsi e chi non ce la fa hanno, anche esse, una componente anatomo-fisiologica.

Crescendo, il bebè19 ha avuto diversi problemi, tra cui un episodio di depressione e una diagnosi di fobia sociale durante l'adolescenza. Sicuramente vi è stato un ruolo dei fattori ambientali in questa sua incapacità di superare il suo temperamento altamente reattivo, ma la differenza con chi ce l'ha fatta ha basi anche a livello cerebrale. Esaminata dai ricercatori a 18 anni, la sua amigdala risultava essere particolarmente reattiva mentre la sua corteccia prefrontale era relativamente sottile, probabilmente incapace di regolare l'eccessiva quantità di segnali allarmanti.

Da un punto di vista evolutivo sarebbe lecito chiedersi come mai un tratto che porta così tanto sconforto alle persone può essersi sviluppato e tramandato nel corso del tempo.

Dal punto di vista della nostra specie, è indubbio che avere dei membri del gruppo che sono particolarmente vigili e che valutano attentamente ogni minima minaccia possa essere una caratteristica positiva. Dal punto di vista dei singoli individui, invece, l'inibizione può tradursi in una minore qualità della vita, così come in minori possibilità di incontrare un partner, ecc. Tra i benefici, possiamo pensare all'atteggiamento più cauto, introspettivo e riflessivo nei confronti delle cose ignote, una minore esposizione ai rischi non necessari, maggiore coscienziosità e grande capacità di dedicarsi con estremo zelo al proprio lavoro.

Kagan scommette sul fatto che gli astronauti delle missioni spaziali siano individui poco reattivi, e che le squadre di tecnici e ingegneri a terra siano per lo più formate da persone molto reattive e attente a ogni dettaglio.

 

COSA NON DIVENTEREMO

Il collegamento tra neurologia e comportamento è complesso. Se un temperamento difficile decretasse comunque una vita da ansiosi, tutte le ricerche condotte in questo ambito non sarebbero molto più utili dell'oroscopo personale che leggiamo sul giornale. Il temperamento non dice che cosa ognuno di noi diventerà. Piuttosto, ci dice che cosa ognuno di noi non diventerà. Gli studi longitudinali stanno dimostrando, con sempre maggiore chiarezza, che i bambini altamente reattivi difficilmente saranno persone esuberanti, chiassose, avventate.

Il bebè19 attualmente frequenta l'università, con buoni risultati. Kagan la descrive coem malinconica e particolarmente severa con se stessa. E' ancora e, probabilmente lo sarà sempre, una persona ansiosa.

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Commenti (2)add
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scritto da Ciccio , 29 dicembre 2009
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scritto da francesca , 03 novembre 2009
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